
Folk intimista e cantautorato introspettivo nell’esordio di BON IVER
IL BUON INVERNO DI VERNON
La storia è ormai fin troppo nota ed ha già fatto più volte il giro del mondo tra gli appassionati fino ad assurgere a status di leggenda – neppure troppo - metropolitana
Due anni fa, dopo aver abbandonato i DeYarmond Edison per divergenze artistiche ed essere stato lasciato dalla fidanzata, Justin Vernon si ritira a riflettere nella baita del padre nei boschi del Wisconsin. Quattro sono i mesi in cui non fa altro che dedicarsi a tagliare legna, camminare nei boschi, lavorare di tanto in tanto con un trattore, cuocere carne di cervo congelata e suonare e comporre alla chitarra. Un lungo inverno a guardare la neve sugli alberi, lasciarsi trasportare dai propri pensieri e mettervi ordine, ascoltarsi e scrivere canzoni.
Il frutto è “For Emma, Forever Ago”, di primo acchito disco autoprodotto e poi esordio per la Jagjaguwar che traspira folk intimista, cantautorato introspettivo, emotive armonie, voce flebile e falsetti, lievi rarefatte incursioni esterne. Una scrittura che non fa mistero del mondo interiore del suo autore, il quale non si preoccupa di mettere a nudo e mettersi nelle mani degli ascoltatori. Nove ballate visionarie, confidenziali, autoreferenti, trasparenti, prive di fronzoli.
Il disco rappresenta l’incontro tra astrazioni e consapevolezze rimosse: Vernon dichiara infatti che è come se le parole che ha scritto non le abbia partorite la sua mente, ma provengano dal subconscio.
La decisione di fermarsi per un po’ nel capanno del padre arriva dopo aver militato in numerose formazioni delle cittadine di Eau Claire (Wisconsin) e Raleigh (Carolina del Nord), prodotto alcuni gruppi ed essere incappato nelle sventure di cui sopra. L’unico luogo dove potersi rifugiare è il Winsconsin, semplicemente per il fatto che non esistono alternative praticabili. Desidera solo andarsene, fare tabula rasa: “Non avevo soldi, ma non ne volevo nemmeno fare, non volevo ritrovarmi nel circolo vizioso: lavoro di merda, casa di merda, nessuna assicurazione”.
Nessuna altra opportunità o possibilità di scelta in vista e, pertanto, eccolo far fronte al tempo che scorre, cura e porta in dono qualcosa che profuma di riscatto: era certo consapevole del fatto che unicamente nella baita di suo padre sarebbe stato in grado di trascorrere del tempo da solo, non che avrebbe trovato gli stimoli per registrare un disco.
La sua chitarra, una seconda chitarra baritona, la batteria abbandonata dal fratello, un vecchio computer, un registratore quattro tracce, un microfono e poco altro sono i compagni di quelle lunghe giornate.
Ore e ore di lavoro, di registrazioni di canzoni, di linee vocali che inseguono coordinate soul dalla prospettiva di un’ugola incontrovertibilmente bianca nonostante dichiari di sentirsi influenzato più da cantanti neri che bianchi, adori Marvin Gaye più di chiunque altro ed apprezzi Sam Cooke, Mahalia Jackson, Nina Simone: “C’è troppa sofferenza nelle loro voci per essere ignorati”.
Qualche missaggio ed il lavoro inizia a girare tra gli addetti ai lavori costringendolo, viste le richieste, a stamparlo in un primo tempo in autoproduzione. Ineccepibili e lapalissiani i richiami al repertorio di Iron & Wine, Will Oldham, Elliott Smith, The Cave Singers, Band of Horses, Grizzly Bear e certo avant-folk statunitense. Magari, in sensibilissima struggente filigrana, anche qualcosa di Antony, in una sua accezione verosimilmente un po’ più ruvida.
Bon Iver, voluta storpiatura dal francese, è il nome profondamente autoironico che si è scelto per presentare le proprie canzoni al mondo, ma anche un’esplicita dichiarazione del suo legame con i freddi territori ed i paesaggi ghiacciati che lo hanno accompagnato durante il guado di questo mesto periodo della sua vita e l’amore per le persone che affrontano ogni giorno la fatica di vivere in quelle lande appartate e pressoché selvagge. (www.boniver.org)
Sergio Porracchia
